giovedì 14 gennaio 2016

Alessandro Bastasi - Era la Milano da bere




Accendo la doccia e non aspetto nemmeno che l’acqua si faccia tiepida, la foga mi fa finire contro i vetri, che chiudo con rabbia, nel mentre il tubo di rame, schiacciato dalla mia schiena mi lascia una bruciatura che non sentirò perché le mie mani sono già a grattarmi ossessivamente, anche quando il sapone finisce, cercando di togliermi di dosso quel putridume che ha investito la mia anima e che dannazione non riesco a far finire nello scarico.

A che pro Alessandro? A che pro mi chiedo, nel mentre mi ritrovo seduto nel piatto della doccia che si sta riempiendo perché ho mezzo culo che occlude lo scarico… a che pro creare quello che a tutti gli effetti, dai personaggi allo sfondo, dagli avvenimenti ai riferimenti storici, fino ad arrivare agli intrecci narrativi, è un capolavoro?

A che pro se poi ferisci i tuoi lettori?

Perché Alessandro, tu l’hai fatto volontariamente, questa volta sì, ammettilo: hai preso un periodo, la Milano da bere, hai preso comparse umanamente inadatte a vivere (anche se colte da apparente moto ascensionale), le hai obbligate a servirti su di un palcoscenico che nulla ha da invidiare alla tragedia greca e hai parimenti obbligato il lettore, rapendolo pagina dopo pagina, a seguirti direttamente all’inferno.

E il tuo inferno, magistralmente affrescato, è di quelli che toccano le corde più nascoste dell’anima e ti fanno sentire quella sensazione di paradiso incrinato, di dannazione consapevole, figlia non soltanto di autocelebrazione, ma piuttosto di un mero calcolo: tra il rimanere digiuni e perire, la scelta della Mela è l’unica opzione che l’occhio ammorbato dalla televisione, dai media di massa e dalla “carriera a tutti i costi” può concepire. 

La mela è tutto perché è l’unica cosa che si vede e si vende.

I tuoi personaggi non vogliono morire, lo si sente, si percepisce la loro lotta per vivere, eppure sembra che calcolino meticolosamente come lastricare la propria strada verso la dannazione. Ecco, forse questo è poco noir, o lo è all’essenza più piena, non so, ci devo ancora riflettere. Il tuo noir, infatti, non racconta la realtà lasciando che sia quello che spesso per propria natura è, cioè un disastro. No, il tuo noir, sembra più un plastico, un labirinto per cavie, che tu rapisci dalla realtà e piazzi dentro per vedere l’effetto che fa.

Vengo anch’io? Certo… se mi obblighi.

Ecco, lo dico, chissenefrega di queste considerazioni Alessandro, perché sotto il fuoco amico ci devo essere io? Spiegami...

Perché ora, qua, a carponi sotto una doccia che non cancella lo sporco che mi hai gettato addosso, devo far parte di questo dannato plastico che avvolge la mia carne e non  se ne va via come quando ti sporchi le mani di grasso di motore?

Un pugno in pancia. Un vero pugno in pancia. E discutere qui di personaggi, trama, intrecci e canovaccio sarebbe come stare a contare le nocche della mano che ti sta spappolando tutto dentro e che non accenna, per 200 e passa pagine, a smettere (e se si ferma sai che non potrà che riprendere, peggiorando).

Ti sembra possibile recensire un libro così, Alessandro?

No, ma ti sembra anche il caso di scrivere un’opera così devastante? Mi chiedo, vi chiedo.

La risposta che vi darete include anche quella se ne vale la pena o meno di acquistare questo libro.

Sta a voi, ma sappiate che l’acqua non cancella ciò che Bastasi ha creato.

Per nulla.

martedì 13 ottobre 2015

Mimmo Franzinelli - Il piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il «golpe» del 1964




Sto morendo.

E non è l'ennesima sigaretta che spengo nel bagno di questo treno regionale a migliorare la situazione mentre i binari scorrono veloci sotto di me, verso l'ennesima meta dove mi nasconderò, dove abiterò con la mia falsa identità, con il mio falso nome, il mio falso cognome e tutte le falsità che spesso racconto anche a me stesso in privato per sentirmi vivo.

Non ho possibilità di redenzione e di certo non qui, ora, su questo sedile sporco di umanità, nel mentre le gallerie chiudono alle mie spalle quello che ero fino a poche ore fa, un'altra volta.

L'unico che mi fissa è un giovane Andreotti che dalla copertina di questo Il piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il «golpe» del 1964 mi osserva, quasi da monito, perché il tempo passa e i conti tornano, sempre, anche per noi, abili strateghi capaci negli anni di far tornare i conti a nostro favore.

Accanto a me, seduto, quello che avrei voluto essere: un semplice cittadino, genitori, figli, lavoratori, qualche spiantato, un villeggiante. Dentro quelle pagine, invece, quello che ero, sono e ciò che non riuscirò mai a cavarmi di dosso, una spia, un traditore, un assassino, un fuggitivo.

Queste pagine scritte dallo storico Mimmo Franzinelli sono la mia condanna perché sono vere e soprattutto spiegate limpidamente senza ombra di faziosità. Una spiegazione lucida di quello che noi, difensori dello Stato, o meglio una parte di noi, definita "deviata", abbiamo combinato alla nostra nazione. Senza sconti, senza favole, nero su bianco, note e citazioni comprese.

Perché sapevamo che Segni, il Presidente della Repubblica di allora, era un debole, in cerca di conferme, e noi, come scritto in questo libro, gliene abbiamo date tante di conferme, anche se erano completamente inventate. Perché è quello che fa una spia vera, non quella del cinema.

Il cinema, da quand'è che non ci vado?
Ma non divaghiamo, mi chiedevate il perché, o ero io a chiedermelo? Non ricordo.

Perché? Perché ci serviva una svolta. Dovevamo spaventarlo, per spaventarvi, per tranquillizzarci. Perché non c'è miglior concittadino se non quello che terrorizzato si lega al suo prossimo per combattere una battaglia comune. Perché diciamo la verità, io non ero nemmeno fascista, come altri, ma lo sarei diventato piuttosto di piegarmi ad una vita fatta di "potere alla fantasia".

Io poi che di fantasia non l'ho mai avuta: mi dicevano chi dovevo ammazzare, e lo facevo, mi dicevano in quale casa dovevo far trovare la prova compromettente per fottere il politico (onesto) di turno, e lo facevo. Ho perfino, una volta, solo una volta, ucciso un famoso poeta. Io odiavo le sue poesie, ma non lui, eppure l'ho fatto. Io ero l'uomo del fare. Poche domande. Poche tracce. Il migliore.

E ora che mi sto spegnendo fisicamente (la mia anima è morta da tempo, non temete) non ho più niente da fare oltre che confessare i miei peccati su un treno Milano - Genova. E la confessione è tutta in questo libro che vi assicuro si fa leggere tutto d'un fiato e che minuziosamente vi racconta per filo e per segno in che razza di mondo sono stato generato, voluto, cresciuto, cercato... amato.

Non ho nulla da rimpiangere guardando le persone che mi circondano. So di per certo d'essere parte integrante di ognuno dei passeggeri di questo scompartimento. Sono stato la risposta inconfessabile della massaia di Voghera (stazione appena passata, tra l'altro) nel vedere il giovane capellone. Sono il presente spensierato, ovattato, stupido, dell'adolescente assorto dal suo iPad, lontano dalla molotov e da altre seccature. Sono stato addirittura il motivo per il quale la ragazzina qui di fianco ha deciso di farsi il buco al naso per andare contro tutto quello che ho rappresentato. E' felice così. Grazie a me.

Per questo sono sicuro che, anche se morirò, la mia morte è parte di un gioco che non avrà mai fine. E alla fine, anche se andrò all'inferno, per quelli come me, vi assicuro, non poteva essere altrimenti.

Un gioco che continua.
Di identità in identità.
Di pagina in pagina, assieme a voi, con voi, per voi.

Non sono mai stato Solo, comunque.
Voi siete con me, come me.

lunedì 25 maggio 2015

Helfrid P. Wetwood - Muto come un orsetto




E se il buco fosse l'importante della ciambella?

Con questa domanda mi avvicino alla recensione del simpatico, breve, romanzo di Helfrid P. Wetwood (nome di pseudonima fantasia) genialmente impacchettato con il titolo "Muto come un orsetto". Un piccolo libricino di solo 128 pagine, veloce, ma tanto intensamente intriso di tinte noir da sembrare fin da subito prosperoso, esagerato, tanto, se non troppo.

Direi di uscire però dal tipico tracciato analitico: in poche parole chissene della storia e chissene se le parti che la compogono sono o meno ben dialoganti tra loro. Non è questo che ho visto e letto, non è questo che mi ha colpito e sinceramente non è per questo che vi consiglio di acquistarlo ad occhi chiusi.

No, la bellezza di questo libricino sta nel contorno, nello spazio che avanza, nei trucioli di sughero che la penna di Weetwood lascia sul terreno facendo scorrere sulle pagine la vita di uno sguaiatissimo orsetto, testimone di un omicidio e sbattuto poi nei flutti di una Milano che lo raccoglie, lo abbandona, lo raccoglie e in tutto questo, un po', lo adotta, anche se lui è scontroso, zozzo e, visto quanta cacca ha attorno, nichilista.

Ma il bello, dicevamo, non sono i personaggi di questa tragedia in salsa meneghina: mi è piaciuto respirare l'esatto momento della loro assenza, dello spazio che lasciano al loro passaggio, il vuoto che bisbiglia dove erano e (se non morti) dove ritorneranno nel loro eterno tran tran quotidiano.

Mi piace quella Milano viscosa che il camion dei netturbini sembra tagliare. Mi piace l'odore di polvere e di anni passati che si respira sul sofà della prostituta (ma poi c'era un sofà? Boh, mi pare).

Mi piace tremendamente il sole che batte sulle finestre dello studio in centro di quello psicologo e mi piace pure la sedia in pelle (era in pelle?) dove il suo paziente vive in attesa di una cosa che non arriverà mai, cioè la soluzione ad una maledizione che si chiama "tempi moderni".

Ma chi ha ucciso la prostituta? Come farà la famiglia del povero netturbino a vivere domani? Che fine farà quel ragazzone così sfortunato? Che senso ha un finale (bello) così extrasensoriale, se stiamo parlando poi di un cavolo di orsetto di pezza, oltretutto molto simile a quello che da oltre 32 anni conservo gelosamente, da quando mi fu regalato da mano anonima (scusate se quando si ha 1 anno le domande non sorgono spontanee...).

Domande completamente inutili insomma, fidatevi. Non tanto perché al noir non è buona cosa chiedere soluzioni, ma perché Helfrid P. Wetwood ha tirato fuori dal cilindro non il famoso 13, bensì l'ancora più fortunato 0 in schedina.

Dicendo tutto l'inutile (parole, parole, paroleee, cantava Mina) fa, infatti, brillare l'utile, il senso, il nucleo... e non è poco. Perché è nei silenzi che la più grande musica trova senso e sono sempre i silenzi, le pause, ciò che fanno di una chiacchiera un grande discorso.

E questo orsetto, un po' sporco di cacca e bava di cane, ha una Milano con la sua umanità tutto attorno ed è lei, la città, la vera reginetta di questo maleodorante ballo. 

O almeno così mi sento di dire da lettore disattento.

Questo libricino è una ciambella al gusto noir.
Riuscita grazie al suo buco.

sabato 28 marzo 2015

Alessandro Bastasi - La scelta di Lazzaro



Che fatica ragazzi.

Che fatica recensire il libro di una persona che non solo conosci, ma stimi.
Però ci sono missioni che bisogna affrontare gettando il cuore oltre l'ostacolo, prendendo su quelle poche certezze e soprattutto prendendosi poco, anzi pochissimo, sul serio.

Perché mi fai incavolare Alessandro?

Potevi scrivere, come molti tuoi colleghi, il solito romanzetto senza arte né parte, no? Potevi metterci a caso elementi pulp, un po' di zozzerie assortite, qualche mignotta, una spruzzata di pervers e avresti avuto un “noir” contemporaneo facile e veloce.

Invece no! La scelta di Lazzaro è un romanzo complicato, anzi, direi allucinato: un figlio legittimo, quanto lisergico, dell'epoca che fa da vaso alle radici del protagonista, ex terrorista, mai pentito, un pelino dissociato, sia a livello politico sia a livello psichico.

Ed è questo quello che più salta all'occhio sfogliando queste 224 pagine: ci troviamo in un incubo, che Bastasi vorrebbe secondo me presentarci come reale, ci prova in tutti i modi, allacciandosi alla cronaca, dipingendo un futuro distopico, ma finendo per iniettarci in vena una spada di eroina che annebbia completamente tutto, togliendo i contorni che fanno da sfondo ai protagonisti, facendoci perdere il senso del tempo e dello spazio.

Infatti, fino all'ultima pagina la sensazione è quella di vivere non tanto avvenimenti “reali”, bensì frammenti di una mente "a tre spine" con un mondo che monta invece la presa europea, e allora ecco che il tutto diventa gigante, la repressione dello Stato, il silenzio dell'appartamento di Lazzaro (geniale il riferimento al sepolcro) per finire al simulacro di donna che è il personaggio anoressico di Barbara, soffio di una vita che riconosce il battito del cuore non come segno di esistenza, ma come conto alla rovescia verso il nulla.

Quindi che dire di un libro che non esiste in quanto concetto che di solito noi attribuiamo a tale oggetto?

Dico che Alessandro Bastasi è un'ottima penna che in questa avventura non ha saputo controllare la propria fantasia e, forse, mi permetterà, non è riuscito a tenere a bada nemmeno propri fantasmi: questo romanzo è vistosamente scappato di mano all'autore, trascinandolo in un vortice viscerarale, distorto, abissale, dove si mescolano ricordi, passioni, timori, amori capace di ferire la mente del lettore.

E' un film più che un libro La scelta di lazzaro, ecco, questo volevo dire. Di quelli che rischiano di generare crisi epilettiche per ripetitività delle immagini trasmesse su di un telo bianco polveroso in un magazzino abbandonato della provincia dove sembra di essere prigionieri da sempre.

Vive di immagini più che di ricostruzioni storiche, vive di impulsi visivi più che di ragionamenti, insomma. Sarebbe addirittura una perfetta serie tv e sembra che la carta, l'inchiostro, la copertina, le lettere gli stiano dannatamente strette.

Ma che hai combinato Alessandro?

In questo però, per essere sincero, Bastasi ha fatto centro: ha sfondato (non so quanto consapevolmente) la porta segreta che divide un semplice racconto noir dalle segrete stanze che portano al noir di pregio, dove aleggia il fantasma dell'inarrivabile Scerbanenco.

Ora però Alessandro sei in pericolo. Insomma sono cazzacci tuoi.

Se questo libro, infatti, ti ha traghettato a contatto con l'ispirazione madre per uno scrittore di genere, ora sei chiamato a prenderne le briglie, lottarci, dominarla e così consegnarci una prossima opera dove ti vogliamo disintossicato, libero dalla presa narcotica che La scelta di Lazzaro ha lasciato nelle tue e nelle nostre vene (anche se inebriante).

La scelta di Lazzaro.
Un libro squilibrato, che vorreste assumere con moderazione. 
Ma non ci riuscirete, non ve lo permetterà.

Disturbante e perciò bello.

sabato 14 marzo 2015

Armando D'Amaro - Il testamento della signora Gaetani





Il momento in cui si chiude l'ultimo ombrellone, l'ultimo giro di chiave serra l'appartamento estivo che rimarrà silente e disabitato per tutto l'autunno e l'inverno, le mattine di sole spento con le barche tirate a secco e il lungo mare silente, quasi immobile, orfano di un senso che solo i milanesi trovano davanti a quello che per i liguri è invece semplicemente vita, quotidianità, mare.

Che dire di questo Il testamento della signora Gaetani di Armando D'Amaro se non quello che non traspare a prima vista dalle sue 155 veloci e leggere pagine? Va bene la storia (ne parleremo, buona). Va bene la penna (ne parleremo, ottima)... ma perché una persona dovrebbe, su di uno scaffale popolato da centinaia di input visivi formato libro, scegliere questo romanzo che sa un po' di noir e, di sfuggita, anche un po' di storico?

Perché come dicevo in apertura è una spremuta concentrata, acida, di quella che ti sale solo dopo che pensi di essere al sicuro con un bel digestivo, della sensazione di decadenza nobile che la bella Liguria porta con sé, unita a quella ruvida forza che sembra promettere schiaffi ad ogni tombino, ma poi è sempre una carezza, dolce come l'olio che rimane sui buchi della sua iconica focaccia.

Ed è triste, ma mai deprimente questo libro, rispetta l'occhio del lettore e bussando, senza urlare, entra nella cornea e colpisce, prima che il cervello, tutti gli altri luoghi sensibili: ad ogni pagina ti sembra di sentire nelle narici quell'odore di ferrovia, grasso di treno, salsedine di risacca (e piscio di scolo sui binari) che ti prende quando viaggi verso Genova e vedi le prime stazioni lato mare. Poi quando il maresciallo Corradi gira le sue scartoffie pensi a che suono hanno i suoi fogli attraverso la finestra spalancata e quanto rimbalzi sui caruggi stretti della città.

Per non citare il cadavere della povera sciura Gaetani che sembra incollarsi sulla retina, impolverato come un suppellettile di uno di quegli Hotel di (ex) lusso che abbondano, soprattutto in zona Sanremo, dove la ricchezza era ostentata e ora invece sono luoghi pieni di ombre morte, storie lasciate sospese, affari mai conclusi, ascensori fuori uso e imposte staccate, mezze chiuse come le palpebre della vittima.

Ma ci sono dei difetti in questo noir? Buona la domanda e vi ringrazio per avermela posta.

Allora, possiamo dire che D'amaro è un po' vittima della sua creatura: avete presente quando si fa l'amore e lo spirito, la fantasia, straripano soggiogando il fisico e obbligandolo ad una resistenza minima?

Dai, non fate i timidi, che avete capito perfettamente quello che sto dicendo.

Tornando al romanzo, in poche parole, sembra che l'autore abbia fretta di chiudere, come se avesse paura di osare troppo, della bellezza che ha generato, quando invece la trama poteva continuare non dico per il doppio delle pagine, ma comunque per qualche capitolo in più.

Non contando anche i molti (ben caratterizzati ed inseriti) personaggi che meriterebbero di sgomitare un po' di più ottenendo più spazio vitale (ad esempio l'agente dei servizi segreti). Insomma, tanta carne al fuoco e lo stomaco che si chiude per paura di non poterla mangiare tutta. Una donna bellissima, sensuale, il suo odore... e il fisico non regge al piacere.

Comunque sia, questo libro è una prova letteraria di tutto rispetto. Un valido e sorprendente compagno di viaggio, soprattutto per chi è abituato al noir milanese e non conosce il lato irrimediabilmente incrinato di altri orizzonti della penisola, Liguria compresa.

Un libro che, come detto, sa sintetizzare in 155 giri di pagina il potere decadente di una regione che, schiacciata tra mare e monti, sorride per il turista poco attento e piange per chi la sa ascoltare.

Il testamento della signora Gaetani e il pianto di una città in riva al mare.
Volete ascoltare?

sabato 14 febbraio 2015

Gino Marchitelli - Milano non ha memoria




Vieni dottò, vieni dottò, sterza, ahsterza, troppo, no troppo, eccallà!”.

Con questo incipit laziale potrei dare il via, oltre che senso ultimo, alla recensione del milanesissimo Milano non ha memoria – Il Commissario Lorenzi indaga a Lambrate, romanzo dell'altrettanto meneghino Marchitelli Gino, gioco di parole escluso. 

Sospinto dagli entusiastici endorsement di Radio Popolare (Renato Scuffietti), Radio24 (Daniele Biacchessi) e da quello dell'immarcescibile Vittorio Agnoletto... appunto, fermi qua, anzi no, partiamo proprio da qui. Non ho mai capito perché certi libri debbano essere “vidimati” da qualsivoglia persona, tipo benedizione papale, cavolo.

Oltretutto sapendo che queste entusiastiche parole spesso vanno poi a condizionare le aspettative del lettore che nel caso specifico si aspetta di trovare un romanzo/specchio della società moderna. E invece non è così e il colpevole qui non è il maggiordomo, ma l'eccesso

Capiamoci, il libro scorre, scritto bene, contestualizzato in una parte di Milano, Lambrate, ancora ricca di personalità schiacciata com'è tra i binari dell'omonima stazione, vecchi stabilimenti e tangenziali in semiperpetuo cantiere. Ma non ho potuto fare a meno di sentire addosso, dall'inizio alla fine, una certa fretta di pigiare sull'acceleratore della “riflessione” piuttosto che lasciare che il racconto generi spontaneamente, naturalmente, di per sé, l'idea, la riflessione relativa a quanto smosso dalla narrazione.

E allora troviamo così delle figure assolutamente esagerate: partendo da una banda di neonazi stereotipati al massimo (i leggings della skin che fanno trasparire le grandi labbra sono il picco di un assurdo che rasenta il b-movie pornografico), quando lo sanno anche i muri che il tipico “esemplare” della razza ariana è l'impensabile impiegato, stile nine-to-five, tanto insospettabile e banale quanto per questo pericoloso. 

Menzione di onore all'esagerazione anche per la caratterizzazione di Radio Popolare (che contraccambia la passione passando la pubblicità del libro), emittente alla quale sono affezionato, ma che viene presentata nel romanzo come specializzata in inchieste di strada, cosa che non mi pare faccia più, almeno per quanto l'ascolti durante la giornata...

Per finire – ma qui sono punti di vista – con un esagerato buonismo pro immigrazione che come tutti i buonismi (estremizzazione di un corretto sentimento di accoglienza verso il migrante) rischia di rovinare la seppur bella ed intensa costruzione del protagonista Khaled e della sua famiglia. 

Gino, mi permetto di darti del tu, ascoltami, a Lambrate esistono, oltre che persone accoglienti, e immigrati gran lavoratori, anche dei grandissimi figli di buona donna, italiani, ma anche stranieri, che approfittano del nostro paese per fare quel cavolo che vogliono in barba alle leggi vigenti. Scrivere un romanzo poliziesco, giallo, noir, deve coincidere quindi con la responsabilità di riportare (soprattutto se si parla di noir) una diapositiva vera quanto vivida della realtà agli occhi del lettore. E in questo libro, se si parla di Lambrate, ma anche di Milano, se non dell'Italia, questo non c'è.

Gino, parlo a te direttamente: Hitler non era un palestrato, Mussolini aveva la pancetta e chi ha aperto il fuoco a Parigi non era un mujaidin barbuto  puzzone e venuto da Marte, ma dei ragazzi che sono cresciuti in luoghi come Lambrate... il male, infatti, può essere banale, comune, quotidiano, anzi lo è il 99% delle volte, senza tirar in mezzo improbabili discoteche svasticate dal gusto cinghiamattanza che tengono in scacco interi quartieri con proprietari che ciulano davanti agli altri tra i tavolini.

A questo libro manca proprio la (vera) banalità del male narrato e per questo rischia purtroppo di essere banale in sé, perdendo un'occasione preziosa per far nascere una riflessione nel lettore, una riflessione libera, matura, aperta e anche un pelino angosciante, visto il genere.

Comunque una lettura è sempre consigliata. Non fa di certo male. Ci mancherebbe!

Però Gino è rimandato a settembre. Mi spiace.