sabato 5 agosto 2017

Pino Casamassima - I Sovversivi, morti impugnando un'arma



Il cognome "Casamassima", quando si parla di giornalismo d'inchiesta riguardante gli "anni di piombo" è sinonimo di altissima caratura, oltre che stilistica, per il tratto godibilissimo della penna, soprattutto per l'onestà intellettuale verso il lettore, sempre garantita ai massimi livelli.

In una nazione che sembra incapace di leggere quei tumultuosi anni se non nell'ottica del complotto costante, ciclicamente attribuito al Mossad, alla CIA, al KGB, al "grande vecchio", al "super killer", un giornalista che rimane squisitamente, quanto ossessivamente, adeso alle sole ed uniche "prove provate" (cioè quelle processuali) intrecciandole con la viva voce dei protagonisti (quelli ancora in vita, quelli che si fanno intervistare), si dimostra una risorsa preziosa, se non vitale.

Sinceramente vi confesso d'aver letto quasi tutti i libri di questo autore e d'aver fatto fatica a scegliere quale recensire. Sono tutti molto interessanti ed esaustivi. Detto ciò, questo I Sovversivi - Morti impugnando un'arma, l'ho trovato, diciamo, illuminante!

Il perché è presto detto: i protagonisti, le morti narrate in questo veloce libretto (180 pagine, ed. Stampa Alternativia) sono tutte radicate nella vita reale, quella di tutti i giorni, indagata dallo stesso Casamassima, incontrando i luoghi della loro giovinezza spezzata, percorrendo le stesse strade, incontrando parenti, amici, testimoni.

Insomma, cosa più unica che rara in Italia, l'autore ci racconta che questi disgraziati giovani che sognarono, contro ogni razionalità tattica/militare, di rovesciare in armi un armatissimo Stato, non erano alieni calati da un altro pianeta, non erano killer seriali scappati dai manicomi, ma piuttosto erano semplici "figli", "fratelli", "compari", "studenti", "colleghi", "fidanzati", "fidanzate"... cose che anche noi siamo stati o siamo tutt'ora.

Capiamoci, Casamassima non fa MAI (seppur lui fiero Comunista che odia la parola "Sinistra") l'apologia delle sventurate scelte poste in essere da questi protagonisti della Lotta Armata, ma piuttosto preferisce spostare l'attenzione su di un particolare assolutamente necessario se si vuole affrontare qualsiasi tema "storico", cioè l'analisi degli avvenimenti, scevri il più possibile dalla cappa dell'ossessivo "tribunale delle ragioni e dei torti".

Ecco che così possiamo entrare in contatto con la vita (e la morte) di protagonisti spesso, troppo spesso, lasciati nell'oblio da una produzione editoriale sempre e solo "Moro centrica": Walter Alasia, Barbara Azzaroni, Matteo Caggegi, Lorenzo Betassa, Riccardo Dura, Annamaria Ludmann e Piero Panciarelli.

Storie di quotidiana rivoluzione, tentata (spesso goffamente e sempre con esiti disastrosi) da persone qualunque. Un particolare, questo, vitale, che pone il boccino della ricostruzione Storica su di un punto che, a metà degli anni '80, divenne poi ragione (poco diffusa e convinta) di ripensamento da parte di settori "progressisti" di quello Stato che il complesso e diversificato fenomeno chiamato "terrorismo" voleva abbattere.

Perché, che piaccia o no, Walter, Barbara, Matteo, Lorenzo, Riccardo, Annamaria, Piero e tutti gli altri erano spesso figli, sorelle, fratelli, cugini, ex amati, compagni di politica e di gioco di esponenti dell'odiato Partito Comunista Italiano, di quello "fascista" della Democrazia Cristiana, addirittura di militari d'alto rango... insomma, erano tutti parte dell'iconico "Album di famiglia" di rossandiana memoria.

Questi morti e i morti che hanno lasciato sul selciato, quel selciato che Casamassima ha percorso, da bravo giornalista, consumando le suole per portarcelo vivido in questo suo bel libro, sono "cosa nostra", è la nostra Storia, insomma, e oltretutto, come se non bastasse, la Storia torna sempre.

Per questo consiglio la lettura di questo libro.
Perché nulla è mai finito, se non ci vogliamo voltare altrove ovviamente.
E questo sì, in questa Tragedia tutta italiana, sarebbe l'ennesimo delitto.








martedì 11 luglio 2017

Philip K. Dick - Il cacciatore di androidi




Ridley Scott non ha capito proprio una mazza di ciò che ha letto.

Detta così la cosa, come incipit intendo, non suona proprio bene. Lo ammetto. Ma questo è il sentimento dopo aver letto il mitico, quanto geniale, Cacciatore di androidi, sottotitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, opera che ispirò liberamente Blade Runner.

Poi che un film non possa trasportare widescreen la carica della penna di un visionario come Philip K. Dick è cosa scontata, ma a mio avviso il regista statunitense ha perso di vista il nucleo fondante del libro e che rende questa opera assolutamente necessaria per le vostre mensole: ciò che non c'è.

E' infatti il vuoto, l'assenza, la distanza, la palta e la polvere che tutto domina, che tutto avvolge, che tutto determina bussando alla porta degli esseri umani di quel futuro "distopico" ad essere il cuore, a mio avviso, di questo visionario romanzo.

L'umanità è uscita da una devastante guerra e chi ha passato test genetici (e monetari) si è permesso di emigrare su Marte con al seguito un androide come schiavo. Ma non è (incredibilmente, solo) il mondo degli androidi "fuggiti" a reggere la bellezza di questo libro, ma piuttosto tutto ciò che contribuisce alla sopravvivenza degli esseri umani, invece, rimasti sulla terra.

Ad esempio, altro elemento vitale assolutamente dimenticato dalla trasposizione cinematografica è la sfida tra le due "religioni" imperanti, quella della Terra (mercerianesimo) e quella di Marte (inventata dal sintetico presentatore televisivo Buster Friendly in onda 24/7), dove, soprattutto la prima, riceve una spettacolare centralità nella narrazione visto che, in tutte le case di questo mondo residuale, c'è un dispositivo attraverso il quale i cittadini, afferrandone le estremità, possono vivere una sorta di comunione catartica con tutte le creature viventi ed ambire al "meglio".

Poi c'è anche la bellissima figura della moglie del protagonista e cacciatore di androidi Deckard: depressa ed aiutata dalle macchine sintetiche, tramite codici digitabili su terminale domestico, a vivere stati psichici pre-impostati a seconda delle necessità quotidiane (colloqui di lavoro, notizie tristi e così via). Una specie di obbligo alla felicità.

Ma anche la centralità degli animali domestici (reali o robotici) e lo stigma per chi non ne possiede uno reale, quasi fosse un peccato mortale non entrare in empatia con uno di essi, è un aspetto che secondo me batte ogni (oltretutto solo accennata) riflessione di Philip K. Dick sul rapporto umano-empatia-androide. Riflessione che pur viene sbandierata come centrale in ogni recensione e che, infatti, fu fulcro (esageratamente centrale) anche della trasposizione cinematografica del romanzo.

Deckard sì caccia androidi con tutto il corollario di riflessioni etiche annesse, ma lo fa primariamente per permettersi animali domestici veri (avendo - nella vergogna sociale - solo una pecora robotica), animali che essendo largamente estinti, se riprodotti in cattività, costano tantissimo, diventando simbolo di status sociale per chi li possiede.

Lo fa per far felice sua moglie depressa (in un mondo dove l'infelicità è bandita) e per non finire fuori dalla "normalità" che vedeva proprio nell'empatia uomo-animale una prova per non finire ad essere catalogati tecnicamente come cervelli di gallina, cioè la massa di cittadini "tarati di asocialità", esclusi dalla vita sociale della Terra (e banditi da Marte).

Insomma, credetemi, c'è tanto, tanto di più in questo Il cacciatore di androidi di ciò che Ridley Scott ha cercato di portare su grande schermo. Ci sono rapporti umani, tra umani, con umani, prima ancora che con androidi, ci sono cose da leggere tra le righe, anzi, lasciatemelo dire, c'è un vero terzo mondo (oltre Terra e Marte) tra queste bellissime righe.

Ovviamente, consigliatissima lettura, a meno che non siate cervelli di gallina.

martedì 24 gennaio 2017

Alessandro Bastasi - Morte a San Siro




C’è un momento nel quale l’Uomo percepisce che la vita chiede alla fine il conto: anni, mesi, settimane, giorni, ore, minuti, secondi spesi in scelte che hanno formato la nostra esistenza e che, come monetine dispettose, ci sfuggono in una tasca bucata, precludendoci ogni tipo di saldo in attivo.

Bastasi con Morte a San Siro - Milano, il mistero di villa Pozzi, ci porta esattamente sul filo di questo imbarazzato momento, di questa sensazione dove, ancora una volta, la storia narrata (con un gusto squisitamente milanese) non è semplicemente di contorno, bensì un invito ad allargare il senso di questa esperienza, dalle pagine all'intima quotidianità. 

Perché la vera storia non è quella di un corpo rinvenuto e di un torbido segreto racchiuso nella vita di una borghesia meneghina stanca quanto sbiadita, no, il centro di quel “Tempo che ti chiede conto” sta tutto nel vero protagonista della storia, cioè nella figura del professore aiuto-detective. E’ lui la prima vittima di un noir che supera i limiti dell’inchiostro su pagina facendosi, attraverso gli occhi, sangue, vero, il nostro. 

Il cadavere è là, ma sembra già pacificato, sereno nel suo aver saldato il conto personale. 

La morte tormenta invece i vivi, colpevoli di delitti o meno. I sensi di colpa vanno quindi dall'omicidio, all'occultamento, alla perversione, fino a scivolare nelle rughe di una vita passata in solitudine, lontana dagli affetti, per perseguire caparbiamente le proprie scelte professionali.

E i morti, parimenti, si moltiplicano, perché i “cattivi”, colpevoli solo della loro umanità, sono l’ossigeno di un sangue che Bastasi sembra voler far circolare fino all'ultimo respiro, attraverso un racconto ricco di venature incredibilmente semplici e perciò efficaci (less is more, si diceva…). 

La prova del nove del fatto che sia l’ennesima opera riuscita dell’autore milanese è il regalo più grosso che questo Morte a San Siro - Milano, il mistero di villa Pozzi porta in dote al lettore: queste pagine sono le monetine incastrate nella tasca della sua vita, sono il conto che il Tempo chiede a Bastasi tra paura della vecchiaia, della perdita dell’autonomia, delle scelte che forse si potevano fare diversamente, delle occasioni perse e di quelle colte, sì, ma che non hanno portato frutti.

Con questo libro, insomma, Bastasi ci invita a sedere in quel tribunale che è la Vita, la sua, ovviamente filtrata dalla sua immaginazione e fine sensibilità artistica. 

Ma è lui sul banco degli imputati nel mentre cerca le monetine che sfuggono sempre più in giù nelle pieghe delle stagioni a formare un grande e credibile noir. 

E tu le monetine gliele vorresti prestare, affondando le mani nelle tue tasche… 

E lì ti accorgi che anche a te iniziano a sfuggire. E lì inizi a pensare di essere vivo, come Bastasi, come il professore-detective, come... l’assassino. 

 Missione riuscita insomma Bastasi, ancora una volta. 

Le monetine sfuggono.

lunedì 16 gennaio 2017

Franco Fracassi - Black Bloc Viaggio nel pianeta nero




Esiste un certo voyeurismo di sfogo ultimamente: osservare ciò che non si conosce, ciò che ci fa paura, probabilmente ciò che si vorrebbe essere ma non si ha il coraggio di confessare... sognando, per esempio, di prendere una pietra e spaccare una vetrina, portare una maschera, agire, impressionare, dileguarsi, sentirsi onnipotenti.

Tra i soggetti di questa proiezione mentale ci sono di certo i "black bloc" che poi, propriamente, soggetti non sono essendo questo termine in verità un modus operandi, un modo di dominare la piazza in caso di guerriglia, una strategia da agire per massimizzare la distruzione, minimizzando le perdite.

E già per questo senso di "astrattezza" il libro del buon Franco Fracassi (giornalista e documentarista) parte in salita oltre (involontariamente) solleticare il prurito dei molti lettori italiani del vorrei ma non posso di cui sopra: come fai appunto a descrivere qualcosa che per definizione non esiste?

Cioè, capiamoci, le azioni portate in piazza dal "blocco nero" sono ogni volta più che reali, ma questo veloce libretto, infarcito di interviste anonime e testimonianze di repertorio, ci racconta che dietro queste azioni ci potrebbero essere tanto anarchici quanto ultrà di calcio, tanto "camerati" quanto poveracci delle periferie, oppure infiltrati della polizia, oppure infiltrati (soprattutto nei grandi summit) dei servizi segreti.

Quindi, davanti ad un'insalata russa di questo tipo, al lettore, o almeno a me, viene in mente che si circoli a vuoto per 143 pagine sulla stessa premessa nonché conclusione: io non so chi diamine siano i black bloc, ma voi non vi preoccupate che magari voltato pagina lo scopriremo assieme.

E poi le pagine finiscono però.

E ovviamente il tutto naufraga in un bel mare di analisi, anche interessanti, ottenute con molta e comprensibile fatica dall'autore, però prive di sintesi finale che ti fa dire ecco! Sono soddisfatto!

Questo testo, infatti, pur avendo un pregio assoluto, cioè quello di mettere sul piatto ordinatamente quello che fino ad oggi si sa (più o meno, manca il capitolo "primo maggio NoExpo", essendo il tutto stato pubblicato nel 2011), lascia l'amaro in bocca per una sorta di volo dell'ape di fiore in fiore senza arrivare ad una conclusione "focalizzata".

Perché se è vero che tutto aiuta a capire (Seattle, Genova, Grecia, le possibili infiltrazioni, gli apparati di Intelligence etc etc) come mi dicevano a scuola quando viaggiavo troppo con la fantasia: prendi una cavolo strada e percorri solo quella come si deve.

Sarà meno interessante, meno d'effetto, ma visto che già la tematica è scivolosissima, perché dare l'impressione di correre sul ghiaccio qua e là?

Vogliamo dire che tra i black bloc ci sono dei fascisti? Bene! Cerchiamo di incontrare questi "camerati" per capire che senso abbia scendere spalla a spalla con "zecche anarchiche" che oltretutto (parrebbe di capire dallo stello libro, capitolo dedicato alla Grecia) nelle settimane prima dell'eventuale manifestazione fanno sopralluoghi e si coordinano tra di loro.

Vogliamo dire che i black bloc sono guidati dai "poteri forti" per far naufragare ogni tipo di protesta? Bene, cerchiamo di infiltrarci il più possibile negli ambienti "vicini" per capire se vi siano i termini per usmare l'eventuale giro di soldi, ordini, comandi da regie occulte (come traspare da diversi passaggi del testo).

Voi direte eh ma tu chiedi la luna da un libro, "esatto" io vi rispondo!

Se non altro perché di teorie del complotto, di analisi "dubbiose", abbiamo riempito la narrazione "a posteriori" di qualsivoglia Movimento politico "extraparlamentare" degli anni '70. Potremmo, quindi, questa volta, essendo pane delle nostre piazze, ora, qui, adesso, evitare di gettare un alone di mistero anche sul fenomeno "black bloc"!

Perché l'impressione è che, a parte gli elementi in trasferta (poco studiabili), chi si applica nello stile "black bloc" nelle nostre piazze sia ben radicato, in maniera clandestina ovviamente, nelle nostre città, negli spazi politici più antagonisti che, almeno a Milano, sono tutti ad un tiro di schioppo da Piazza Duomo.

Insomma, sono ragazzi e ragazze con i quali condividiamo bus, metro, file al supermercato, attrezzi in ciclofficina, tavoli di discussione interni alle associazioni di quartiere....

Insomma, questo libro è anche molto leggibile, capiamoci, lo posso anche consigliare, anzi ringrazio per lo sbatta il buon Franco Fracassi che di certo ci avrà messo anni per scriverlo, ma lo regalerei solamente a chi vuole un'infarinatura generale, senza entrare nel particolare.

C'è ancora tanto da scrivere.
C'è ancora tanto, soprattutto, da sfatare.
Sono tra noi. Credetemi.









giovedì 14 gennaio 2016

Alessandro Bastasi - Era la Milano da bere




Accendo la doccia e non aspetto nemmeno che l’acqua si faccia tiepida, la foga mi fa finire contro i vetri, che chiudo con rabbia, nel mentre il tubo di rame, schiacciato dalla mia schiena mi lascia una bruciatura che non sentirò perché le mie mani sono già a grattarmi ossessivamente, anche quando il sapone finisce, cercando di togliermi di dosso quel putridume che ha investito la mia anima e che dannazione non riesco a far finire nello scarico.

A che pro Alessandro? A che pro mi chiedo, nel mentre mi ritrovo seduto nel piatto della doccia che si sta riempiendo perché ho mezzo culo che occlude lo scarico… a che pro creare quello che a tutti gli effetti, dai personaggi allo sfondo, dagli avvenimenti ai riferimenti storici, fino ad arrivare agli intrecci narrativi, è un capolavoro?

A che pro se poi ferisci i tuoi lettori?

Perché Alessandro, tu l’hai fatto volontariamente, questa volta sì, ammettilo: hai preso un periodo, la Milano da bere, hai preso comparse umanamente inadatte a vivere (anche se colte da apparente moto ascensionale), le hai obbligate a servirti su di un palcoscenico che nulla ha da invidiare alla tragedia greca e hai parimenti obbligato il lettore, rapendolo pagina dopo pagina, a seguirti direttamente all’inferno.

E il tuo inferno, magistralmente affrescato, è di quelli che toccano le corde più nascoste dell’anima e ti fanno sentire quella sensazione di paradiso incrinato, di dannazione consapevole, figlia non soltanto di autocelebrazione, ma piuttosto di un mero calcolo: tra il rimanere digiuni e perire, la scelta della Mela è l’unica opzione che l’occhio ammorbato dalla televisione, dai media di massa e dalla “carriera a tutti i costi” può concepire. 

La mela è tutto perché è l’unica cosa che si vede e si vende.

I tuoi personaggi non vogliono morire, lo si sente, si percepisce la loro lotta per vivere, eppure sembra che calcolino meticolosamente come lastricare la propria strada verso la dannazione. Ecco, forse questo è poco noir, o lo è all’essenza più piena, non so, ci devo ancora riflettere. Il tuo noir, infatti, non racconta la realtà lasciando che sia quello che spesso per propria natura è, cioè un disastro. No, il tuo noir, sembra più un plastico, un labirinto per cavie, che tu rapisci dalla realtà e piazzi dentro per vedere l’effetto che fa.

Vengo anch’io? Certo… se mi obblighi.

Ecco, lo dico, chissenefrega di queste considerazioni Alessandro, perché sotto il fuoco amico ci devo essere io? Spiegami...

Perché ora, qua, a carponi sotto una doccia che non cancella lo sporco che mi hai gettato addosso, devo far parte di questo dannato plastico che avvolge la mia carne e non  se ne va via come quando ti sporchi le mani di grasso di motore?

Un pugno in pancia. Un vero pugno in pancia. E discutere qui di personaggi, trama, intrecci e canovaccio sarebbe come stare a contare le nocche della mano che ti sta spappolando tutto dentro e che non accenna, per 200 e passa pagine, a smettere (e se si ferma sai che non potrà che riprendere, peggiorando).

Ti sembra possibile recensire un libro così, Alessandro?

No, ma ti sembra anche il caso di scrivere un’opera così devastante? Mi chiedo, vi chiedo.

La risposta che vi darete include anche quella se ne vale la pena o meno di acquistare questo libro.

Sta a voi, ma sappiate che l’acqua non cancella ciò che Bastasi ha creato.

Per nulla.

martedì 13 ottobre 2015

Mimmo Franzinelli - Il piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il «golpe» del 1964




Sto morendo.

E non è l'ennesima sigaretta che spengo nel bagno di questo treno regionale a migliorare la situazione mentre i binari scorrono veloci sotto di me, verso l'ennesima meta dove mi nasconderò, dove abiterò con la mia falsa identità, con il mio falso nome, il mio falso cognome e tutte le falsità che spesso racconto anche a me stesso in privato per sentirmi vivo.

Non ho possibilità di redenzione e di certo non qui, ora, su questo sedile sporco di umanità, nel mentre le gallerie chiudono alle mie spalle quello che ero fino a poche ore fa, un'altra volta.

L'unico che mi fissa è un giovane Andreotti che dalla copertina di questo Il piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il «golpe» del 1964 mi osserva, quasi da monito, perché il tempo passa e i conti tornano, sempre, anche per noi, abili strateghi capaci negli anni di far tornare i conti a nostro favore.

Accanto a me, seduto, quello che avrei voluto essere: un semplice cittadino, genitori, figli, lavoratori, qualche spiantato, un villeggiante. Dentro quelle pagine, invece, quello che ero, sono e ciò che non riuscirò mai a cavarmi di dosso, una spia, un traditore, un assassino, un fuggitivo.

Queste pagine scritte dallo storico Mimmo Franzinelli sono la mia condanna perché sono vere e soprattutto spiegate limpidamente senza ombra di faziosità. Una spiegazione lucida di quello che noi, difensori dello Stato, o meglio una parte di noi, definita "deviata", abbiamo combinato alla nostra nazione. Senza sconti, senza favole, nero su bianco, note e citazioni comprese.

Perché sapevamo che Segni, il Presidente della Repubblica di allora, era un debole, in cerca di conferme, e noi, come scritto in questo libro, gliene abbiamo date tante di conferme, anche se erano completamente inventate. Perché è quello che fa una spia vera, non quella del cinema.

Il cinema, da quand'è che non ci vado?
Ma non divaghiamo, mi chiedevate il perché, o ero io a chiedermelo? Non ricordo.

Perché? Perché ci serviva una svolta. Dovevamo spaventarlo, per spaventarvi, per tranquillizzarci. Perché non c'è miglior concittadino se non quello che terrorizzato si lega al suo prossimo per combattere una battaglia comune. Perché diciamo la verità, io non ero nemmeno fascista, come altri, ma lo sarei diventato piuttosto di piegarmi ad una vita fatta di "potere alla fantasia".

Io poi che di fantasia non l'ho mai avuta: mi dicevano chi dovevo ammazzare, e lo facevo, mi dicevano in quale casa dovevo far trovare la prova compromettente per fottere il politico (onesto) di turno, e lo facevo. Ho perfino, una volta, solo una volta, ucciso un famoso poeta. Io odiavo le sue poesie, ma non lui, eppure l'ho fatto. Io ero l'uomo del fare. Poche domande. Poche tracce. Il migliore.

E ora che mi sto spegnendo fisicamente (la mia anima è morta da tempo, non temete) non ho più niente da fare oltre che confessare i miei peccati su un treno Milano - Genova. E la confessione è tutta in questo libro che vi assicuro si fa leggere tutto d'un fiato e che minuziosamente vi racconta per filo e per segno in che razza di mondo sono stato generato, voluto, cresciuto, cercato... amato.

Non ho nulla da rimpiangere guardando le persone che mi circondano. So di per certo d'essere parte integrante di ognuno dei passeggeri di questo scompartimento. Sono stato la risposta inconfessabile della massaia di Voghera (stazione appena passata, tra l'altro) nel vedere il giovane capellone. Sono il presente spensierato, ovattato, stupido, dell'adolescente assorto dal suo iPad, lontano dalla molotov e da altre seccature. Sono stato addirittura il motivo per il quale la ragazzina qui di fianco ha deciso di farsi il buco al naso per andare contro tutto quello che ho rappresentato. E' felice così. Grazie a me.

Per questo sono sicuro che, anche se morirò, la mia morte è parte di un gioco che non avrà mai fine. E alla fine, anche se andrò all'inferno, per quelli come me, vi assicuro, non poteva essere altrimenti.

Un gioco che continua.
Di identità in identità.
Di pagina in pagina, assieme a voi, con voi, per voi.

Non sono mai stato Solo, comunque.
Voi siete con me, come me.